Prima puntata di “Liguria, Terra da scoprire“: nuova rubrica sul sito di UNPLI Liguria per raccontare i luoghi liguri andando oltre la veduta: paesaggi modellati dal lavoro, dalla storia, dall’acqua, dal mare e dalle comunità.
Le fasce di pietra: viaggio nel paesaggio verticale della Liguria
Si sale per una mulattiera che non concede tregua. Ogni venti passi c’è un gradino di pietra consumato al centro, come un cucchiaio usato per anni. A destra e a sinistra, il pendio non è un pendio: è una scala. Muri a secco alti quanto una persona reggono strisce di terra larghe pochi metri, una sopra l’altra, fino a dove arriva l’occhio. In alto qualcuno ha lasciato una carriola rovesciata. Non c’è nessun panorama, per ora. C’è solo la pietra, il caldo, e un rumore d’acqua che non si vede.
Dove siamo
Questo paesaggio non appartiene a un solo luogo: è la forma stessa della Liguria abitata. Lo si incontra alle spalle delle Cinque Terre, sulle colline dell’imperiese coperte di olivi, nelle valli del savonese, sui versanti che scendono verso il Golfo del Tigullio, nei terrazzamenti vitati del Ponente e nell’entroterra dello Spezzino. La ragione è geografica prima che culturale. Tra il crinale appenninico e il mare ci sono spesso pochi chilometri, e quasi mai un piano. Per coltivare bisognava costruire la terra pianeggiante che la natura non aveva previsto.
Come si è formato questo paesaggio
Le fasce (chiamate anche ciàn, piane o terrazzamenti a seconda delle zone) nascono da un lavoro di secoli, intensificato tra il Medioevo e l’Ottocento, quando la crescita della popolazione costiera impose di guadagnare superficie coltivabile su pendii impossibili. Il principio costruttivo è semplice e sofisticato allo stesso tempo. Le pietre vengono raccolte sul posto, selezionate e incastrate senza malta: il muro a secco tiene grazie all’attrito e all’equilibrio dei pesi. Gli spazi tra le pietre lasciano filtrare l’acqua, evitando che la pressione idrica faccia crollare la struttura. Dietro al muro, uno strato di pietrame grossolano funziona da drenaggio; sopra, la terra riportata. Il risultato è un’infrastruttura idraulica travestita da agricoltura. I terrazzamenti rallentano il deflusso dell’acqua piovana, riducono l’erosione, trattengono il suolo. Dove le fasce sono mantenute, il versante regge; dove crollano, il dissesto accelera. Su queste strisce di terra sono cresciute le colture che identificano la regione: olivo, vite, limone, ortaggi, e in quota il castagno. Il vino delle Cinque Terre e l’olio taggiasca non sono prodotti nonostante la pendenza: sono prodotti dalla pendenza. Nel 2018 l’arte dei muretti a secco è stata iscritta nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, come pratica condivisa da diversi paesi mediterranei ed europei. Un riconoscimento che riguarda la tecnica e il sapere, non il singolo muro.
Le persone che lo hanno costruito e lo custodiscono
Le fasce non sono opera di architetti. Sono state costruite, pietra su pietra, da famiglie contadine che lavoravano il proprio versante nei ritagli tra pesca, emigrazione, artigianato e lavoro salariato. È un patrimonio senza firma, ed è forse per questo che a lungo non è stato considerato patrimonio affatto. Oggi la manutenzione dipende in larga parte da chi resta: piccoli produttori agricoli, cooperative, aziende vitivinicole, gruppi di volontari, associazioni di cammino, Pro Loco che organizzano giornate di pulizia dei sentieri e di ripristino dei muri. Esistono corsi per imparare la tecnica del secco, e ogni corso è un pezzo di paesaggio che continua a esistere.
Tre tracce nel paesaggio
- La scala nel muro. Cercate le pietre sporgenti infisse nel paramento: sono i gradini che permettevano di salire da una fascia all’altra senza fare il giro. Un dettaglio funzionale che rivela come si lavorava davvero.
- Il canale e la presa d’acqua. Piccole condutture in pietra, vasche, cisterne interrate, solchi lungo il bordo esterno: la gestione dell’acqua è l’ingegneria invisibile di ogni terrazzamento.
- Il muro che si gonfia. Una porzione di paramento rigonfia o con pietre spanciate segnala che il drenaggio non funziona più. È il primo sintomo di un crollo, e si legge a occhio nudo.

